dell’Avv. Emanuele Fierimonte – Presidente del Centro Studi per la Giustizia e le Istituzioni 

e dell’Avv. Serena Ramaccia – Vicecoordinatrice Comitato Scientifico

 

Negli ultimi anni le criptovalute hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nel sistema economico globale.

Nate come strumenti di pagamento decentralizzati basati su tecnologia blockchain, esse sono progressivamente divenute anche strumenti di investimento e, in alcuni casi, mezzi utilizzati per attività illecite.

La diffusione di tali strumenti ha posto nuove sfide al diritto penale, chiamato a confrontarsi con fenomeni caratterizzati da elevata complessità tecnologica, anonimato degli utenti e dimensione transnazionale delle operazioni.

In questo contesto, il legislatore e la giurisprudenza sono chiamati a individuare strumenti efficaci per contrastare l’utilizzo illecito delle criptovalute senza ostacolare l’innovazione tecnologica.

Uno dei primi problemi affrontati dalla dottrina e dalla giurisprudenza riguarda la qualificazione giuridica delle criptovalute. Esse non sono moneta legale emessa da una banca centrale, ma rappresentano asset digitali basati su registri distribuiti.

Nel diritto italiano, l’orientamento prevalente tende a considerarle beni immateriali suscettibili di valutazione economica, idonei a costituire oggetto di diritti patrimoniali.

Questa qualificazione consente di ricondurre diverse condotte illecite nell’ambito dei tradizionali reati contro il patrimonio o contro l’ordine economico.

L’utilizzo delle criptovalute può essere connesso a diverse fattispecie di reato previste dall’ordinamento penale.

Uno degli ambiti più rilevanti riguarda il riciclaggio di proventi illeciti. Le criptovalute possono essere utilizzate per trasferire fondi derivanti da attività criminali sfruttando l’anonimato relativo delle transazioni blockchain.

Le tecniche più diffuse includono:

– utilizzo di wallet anonimi

– passaggio attraverso exchange non regolamentati

– impiego di servizi di mixing o tumbling per offuscare la provenienza dei fondi

In tali ipotesi le criptovalute diventano strumenti attraverso cui realizzare condotte riconducibili ai reati di riciclaggio o autoriciclaggio.

Un ulteriore settore riguarda le truffe legate agli investimenti in criptovalute, spesso realizzate tramite piattaforme online o schemi piramidali.

Tra le condotte più frequenti si segnalano:

    • falsi investimenti in token o ICO

    • piattaforme di trading fraudolente

    • phishing finalizzato al furto di credenziali dei wallet digitali.

Tali comportamenti possono integrare reati di truffa, frode informatica o abusivo accesso a sistemi informatici.

Le criptovalute sono talvolta utilizzate anche per il finanziamento di attività criminali, inclusi traffici illeciti su mercati del dark web. La difficoltà di identificare gli autori delle transazioni rappresenta un elemento che può agevolare tali condotte.

Dal punto di vista investigativo, l’utilizzo delle criptovalute pone diverse criticità, come l’ anonimato e pseudoanonimato.

Le transazioni blockchain sono pubbliche ma associate a indirizzi crittografici, non direttamente collegati all’identità reale degli utenti. Ciò rende necessario l’impiego di tecniche investigative avanzate per ricondurre gli indirizzi digitali a soggetti determinati.

Inoltre, le operazioni in criptovalute possono essere effettuate in pochi secondi tra soggetti situati in Stati diversi. Questa caratteristica rende indispensabile una cooperazione giudiziaria internazionale per l’efficace repressione dei reati.

Un ulteriore problema riguarda il sequestro delle criptovalute nel corso delle indagini. Le autorità devono poter accedere ai wallet digitali e assicurare la conservazione delle chiavi crittografiche necessarie per il controllo degli asset.

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato un processo di regolamentazione del settore delle cripto-attività. L’obiettivo principale è quello di garantire maggiore trasparenza nelle transazioni e prevenire l’utilizzo delle criptovalute per finalità illecite.

Tra gli strumenti normativi più rilevanti vi sono le regole che impongono agli operatori del settore — come exchange e provider di servizi di portafogli digitali — obblighi di identificazione dei clienti, tracciabilità delle operazioni e collaborazione con le autorità di vigilanza.

Tali misure mirano a ridurre l’anonimato delle transazioni e a facilitare le indagini penali.

Il rapporto tra criptovalute e diritto penale è destinato a evolversi rapidamente. L’innovazione tecnologica richiede infatti un costante aggiornamento degli strumenti giuridici e investigativi.

Le principali direttrici di sviluppo riguardano:

    • rafforzamento della cooperazione internazionale nelle indagini sui reati informatici;

    • sviluppo di strumenti di blockchain analysis per tracciare i flussi di criptovalute;

    • definizione di un quadro normativo sempre più armonizzato a livello europeo.

Parallelamente, sarà necessario bilanciare le esigenze di repressione dei fenomeni criminali con la tutela dell’innovazione tecnologica e della libertà economica.

Le criptovalute rappresentano una delle principali sfide contemporanee per il diritto penale economico. Se da un lato esse offrono opportunità di innovazione nei sistemi finanziari, dall’altro possono essere utilizzate come strumenti per la commissione di reati complessi e difficili da individuare.

Secondo il nostro Centro Studi la risposta dell’ordinamento deve, quindi, muoversi lungo una duplice direttrice: da un lato rafforzare gli strumenti di prevenzione e repressione dei reati connessi alle cripto-attività; dall’altro sviluppare un quadro normativo capace di governare l’innovazione tecnologica senza ostacolarne il potenziale.

In questa prospettiva, il dialogo tra diritto, tecnologia e istituzioni diventa un elemento essenziale per garantire un sistema di giustizia efficace e adeguato alle trasformazioni dell’economia digitale.